Teatro Povero '98: Gerontectomia Quest'anno Il teatro Povero di Monticchiello, alla sua trentaduesima edizione, affronta, con un titolo un po' oscuro ed iniziatico, Gerontectomia il problema della vecchiaia nella prospettiva di una società sempre più ossessionata dal miraggio del denaro e dei facili consumi. Si comincia con gli sponsor che parlano di Gerontex, 'La casa del Vegliardo', che ha meravigliosi auricolari, la Farmavecchio che sembra promettere miracoli di rivitalizzazione in tutti i campi, anche quelli erotici. Il pubblico sembra spazientirsi come per le interruzioni pubblicitarie durante una gara sportiva od un film giallo, alla televisione. Ma invece l'equivoco fa parte del gioco scenico, sembrava uno dei soliti tributi ai padrini dello spettacolo che devono essere ringraziati. Una sorta di teatro nel teatro per introdurre l'argomento che, dopotutto, nonostante la finzione al limite del ridicolo, è quasi la realtà. Infatti molti ci sono cascati: ormai siamo alle soglie del duemila di fronte al 'Moloch' del welfare state in cui il mito dello stato sociale cerca di eliminare più o meno drasticamente i soggetti improduttivi, negandogli assistenza, specie se costosa, le spese mediche, se non c'è la garanzia di una costosa assicurazione. Ma qui si fa ancora peggio, si considera i vecchi come merce di scambio, come auto o prodotti di consumo qualsiasi, fino alla rottamazione ,in cambio di prodotti più utili e tecnicamente produttivi, in nome del mito del mercato che non può diminuire le sue possibilità di assorbimento della catena produttiva. Ci sono i segni evidenti ed i richiami ad un buon racconto di fantascienza da Bradbury di Cronache marziane od Asimov di Viaggio allucinante o G. Orwell di 1984. Lo scrittore inglese aveva fissato a questa data il compimento di un universo 'ad aria condizionata'. Noi l abbiamo attraversata questa data, siamo alle soglie del duemila e non ci siamo accorti, forse, di essere già entrati nella fantascienza con i suoi incubi e le sue angosce perché si vive ad un ritmo superiore alla nostra coscienza, i falsi miti del consumismo, le macchine pensanti (i computers) che ci dettano le regole del vivere al posto della nostra mente riducendo gli uomini a robot. E proprio questo il merito del teatro povero, porre interrogativi inquetanti, come quello dell'immortalità, di fronte al sano buon senso popolare che sfugge ai massimi sistemi, con la forza della semplicità e l'arguzia del vecchio contadino 'scarpe grosse e cervello fino' che distrugge in una battuta la laboriosa costruzione sistematica e gelida del computer. Il mondo dei cerberi custodi del sistema non riesce a piegare alla sua logica disumana i dissidenti che non vogliono, come i due vecchi coniugi della prima scena, sottoporsi al rito disumano delle vacanze organizzate al mare. Gli orari scanditi a ritmi stressanti, del cosiddetto divertimento ad orologeria, nulla possono di fronte alla pace georgica della campagna dove come dice il nonno "con calma scendo nel mi' orto, coltivo il mi' sellaro ed il piturzello, le cipolline e gli aglietti,... e poi suono la pianola, quando mi pare, ed anche la domenica alla messa...". Il figlio incalza non capisce. Ma loro fuggono dal nucleo familiare e dei giovani ingrati ed integrati, come gli antichi cristiani nelle catacombe. Sembra la scena dantesca di una bolgia infernale con l'apertura improvvisa di questi sepolcri simbolici dove gli 'eretici' del sistema si abbandonano alle confidenze sull'aria struggente di una cantilena infantile in cui la presenza delle lucciole resta il simbolo archetipo di un mondo incontaminato dagli anticrittogamici, con il pane che sapeva di farina e le a parole andavano dritte al cuore. Di fronte all'incalzare del sistema guidato da macchine impazzite, verso la 'Giungla del Futuro' così definita da un noto saggista italiano, la scena finale risulta una risposta concreta, fuori degli schemi di una disputa filosofica, con le armi semplici di un flash back nell'armonia e nella pace pensosa di una veglia contadina, dove Alpo Mangiavacchi ed Alpo Carpini, vecchi veterani del Teatro di Monticchiello deliziano la platea con la farsa quasi da 'Commedia dell'Arte' (tutta mimica ed improvvisazione) delle misure del vestito di nozze. Anche in un racconto di Asimov: Notte improvvisa, l'umanità immersa in un ottuso materialismo reagisce con terrore all'avvicinarsi di un'eclissi che affiderà il pianeta alle tenebre eterne. Ma un gruppo di dissidenti puri e disincantati davanti all'infuriare del consumismo galattico, scopre nel buio gli astri che non aveva mai visto ed anche nelle cupe profondità della notte riesce a scorgere il fulgore della luce. Asimov vede "nell'apparizione delle stelle la scoperta del divino, proprio quando le tenebre sembrano avere il sopravvento". Proprio come Gelasio che alle paure e agli interrogativi della gente 'a veglia' risponde con una saggezza maturata da secoli di sofferenze e di fatiche "... e insomma io volevo dire che gira, gira... alla fine, tutto va a posto da sé". [Paolo Mei] "Il Teatro povero 1997" Monticchiello (Pienza) - Consueto successo per il "Teatro povero di Monticchiello" e per il dramma "Falci". Dal 19 luglio al 10 agosto sulla piazza del paese, ogni sera, eccetto il lunedì, a cura della Compagnia del Teatro Povero, è stato rappresentato l' autodramma ideato, scritto e realizzato dalla gente del borgo valdorciano. La rappresentazione ricorda quando, "sul finire degli anni 50, i contadini abbandonarono i poderi, lasciarono poche tracce dietro di se". Tra queste "una piccola messe di oggetti dimenticati e abbandonati all' ultimo momento". Ed è proprio su questi oggetti che si è incentrato quest' anno il tema del Teatro Povero che riportando con la memoria a quel mondo "carico di suggestioni" fatto di fatiche, di lavoro, di gioie, di legami interpersonali. Questi oggetti dimenticati, come appunto la falce, oggi sono corrosi dal tempo, la loro modalità d' uso è adulterata e tutto ciò porta a pensare "che qualcosa di irreparabile si sia consumato, che la fragile linea di continuità fra presente e passato sia come interrotta, che i segni e le forme di un mondo carico di suggestioni si vadano perdendo senza speranza nel risucchio degli anni". Accanto alle rappresentazioni teatrali, durante questo periodo, il paese di Monticchiello ospiterà altre iniziative a carattere culturale. Nel Granaio del Teatro, dal 19 luglio al 30 settembre, verrà allestita una mostra dal titolo "Toscani un pò speciali". E' una ricerca fotografica sugli spaventapasseri in Toscana, un segno di antiche tradizioni contadine che ormai sta scomparendo sostituito nella società dei consumi da buste o bottiglie di plastica. Ancora nel Granaio, dal 19 luglio al 10 agosto, saranno esposte trenta immagini fotografiche in bianco e nero sulla vita e le opere di Federigo Tozzi. E' una presentazione dello scrittore inedita alla luce di documenti conservati dai suoi amici e di testimonianze fornite dal figlio Glauco. Dal 24 agosto al 30 settembre una terza mostra "120 opere di Giovanni March", uno dei massimi esponenti della pittura toscana dell' 800 e 900, in collaborazione con Carlo Papi, che ha una tra le più importanti raccolte private di pittura in Italia. L' 11 e il 12 agosto, in piazza, si terrà un recital di Caterina Bueno su Ninne nanne e giochini d' amore. Sempre in piazza domenica 3 agosto la scuola di musica di Monticchiello presenta "La piccola ensemble", gruppo di ragazzi che suonano strumenti a fiato e a percussione, e lunedì 4 agosto il concerto di pianoforte della pianista Irina Shumilina. Trent'anni di teatro, protagonista la falce Il Teatro Povero di Monticchiello questanno ha tentato, con lautodramma Falci un esperimento audace. Al giro di boa del 30° anno di attività cera pure da aspettarselo che il noto collettivo teatrale iniziasse la via del rinnovamento; se non altro per cercare nuove vie espressive, confrontandosi con se stessi ed il pubblico tradizionale e proporre le tradizionali tematiche sotto un nuovo angolo visuale. E se rivoluzione cè stata, non sono andati neanche per il sottile. Dalle note di regia si ricava che il tradizionale spazio scenico è stato come rovesciato con un palcoscenico ridotto a passerella come una sfilata dalta moda, con gli attori recitanti a stretto contatto con il pubblico, quasi gomito a gomito con quelli delle prime file. Era lautentico sogno di Eugenio Barba ed il suo Odin Theatre danese, che teorizzava uno spazio scenico ristretto in cui si arriva ad un effettivo coinvolgimento del pubblico, tramite una sorta di rito magico/iniziatico/psicanalitico di grande effetto. Non si può non essere coinvolti nellevento scenico che, nellesperienza di Monticchiello, affonda le radici nel corpo vivo di una civiltà come quella contadina, di cui resta testimonianza unica, dolente e critica, radicata nel territorio, che ogni anno misteriosamente si rinnova, come se facesse appello a sotterranee energie inesauribili. Così ogni anno; e certo nelledizione di questanno, ancora di più, lo spettacolo ci incanta con la novità delle sue proposte, il testo in specie, che diviene un romanzo a puntate che narra larmonia corale di una comunità che assume via via i contorni di una straordinaria sorta di confraternita iniziatica medioevale, sopravvissuta alla violenza dei tempi ed al rullo compressore dei suoi messaggi che producono il conformismo ed il consumismo di massa. E così nasce il miracolo dello spettacolo di questanno, che abbandona improvvisamente gli orpelli di una facile comunicativa (quali la curiosità verso un lessico arguto, che a volte ha involontari effetti comici, la cornice tradizionale dai facili effetti, laia, il pagliaio, la rievocazione delle feste agresti, con i suoi facili cascami di nostalgia per il buon tempo antico etc.) per giungere direttamente al nocciolo del problema, sviluppato tramite lespediente (un po didascalico) del processo/scontro tra due mondi: quello civilizzato che tende alla omologazione di massa, e quello del mondo contadino, ormai al tramonto, che un solo sopravvissuto, come un alieno smarrito nel day after dopo lesplosione nucleare di un film di fantascienza. Lo schema del processo ha una sua indubbia carica drammatica e spettacolare, anche se con riflessi un po cerebrali ed intellettualistici, perchè finisce per ridursi ad un teatro di parola che sacrifica lazione scenica. Ma ha comunque antenati illustri nella tragedia greca: il dramma di Antigone condannata a morte dal tiranno Creonte per aver obbedito alla pietas fraterna piuttosto che al codice astratto e spietato dello Stato, come anche Listruttoria di Weis, Il processo di Kafka e via dicendo. La tensione è alta ed alla fine laccusato, con la sua disarmante logica fuori dagli schemi di una Giustizia solo formale, finisce per essere assolto dalla giuria popolare come emblema e profeta disarmato della nostra stessa coscienza. Pur nella grande armonia della recitazione dinsieme, che è il vero merito dello spettacolo, ci piace sottolineare gli acuti di attori come il bravissimo Rino Grappi nella parte dellultimo difensore della falce un gesto che appartiene alla liturgia della vita contadina, Arturo Vignai implacabile inquisitore, sempre bravo nelle parti odiose, lui così mansueto nella vita comune, Alpo Mangiavacchi, un balzellino in veste di commerciante ambulante di sogni, un personaggio che sarebbe piaciuto a Fellini. Andrea Cresti, regista coraggioso ed inquieto, Maria Rosa Ceselin, Vittorio Innocenti che hanno fornito un primo schema del testo, vivificato poi nel bagno purificatore della discussione collettiva. Tante notti insonni su cui vegliava come un nume tutelare il buon Aldo Nisi, maestro e donno (Dante) di questa comunità operosa, metà borgomastro, metà sciamano, dai poteri misteriosi e benefici. [Paolo Mei] |